
L’ENERGIA DELLA NATURA

L’ENERGIA DELLA NATURA (parte 2)
STORIE DI SORELLE E FRATELLI

Nelle grandi e prestigiose pinacoteche, si arriva in fondo alla visita stremati: non tanto e non solo per le centinaia di metri percorsi e per la postura che tale visita richiede – un cammino singhiozzante, interrotto da continue soste, continui reverenti inchini per leggere i titoli delle opere, posti sempre troppo in basso –, ma anche per quella sorta di “indigestione da bello” che colma gli occhi e la mente con una sovrabbondanza di emozione che, per chi aderisce con tutto se stesso, implica un discreto dispendio di energia… E così, spesso, sulle ultime sale si vola rapidamente, più per scrupolo che per adesione autentica, cercando di acchiappare le opere in un sguardo onnicomprensivo.
In una visita di qualche mese fa alla sempre stupefacente Pinacoteca Ambrosiana, dove mancavo da un po’, giunta, dopo ore, all’ultima sala con la promessa alla mia schiena che avrei dato solo un’occhiatina, vengo catturata da due occhietti magnetici che mi tengono a lungo avviluppata in una tela di tenerezza infinita. Un bambino biondo, il volto paffuto incorniciato nel cappuccio del cappottino scuro, illuminato da uno dei sorrisi infantili più belli che abbia mai visto, mi restituisce in un secondo tutto il vigore e l’entusiasmo necessari a una lunga sosta. Questo bimbo è tenuto per mano dalla sorella grande, mollemente appoggiata a un muro che, a differenza sua, affoga lo spettatore in uno sguardo triste, un po’ colpevole, colmo del senso di responsabilità proprio dei poveri fratelli maggiori.
Osservo i bambini, oscillando dai dentini del piccolo, spianati in un contagioso dolcissimo sorriso, alle labbra serrate e tremule della bambina; dagli occhioni desolati di lei al vispo baluginio di quelli di lui che tradiscono una soddisfazione infinita; dall’energico atteggiamento del piccolo, ritto e fiero come un soldatino, alla rassegnata e molle postura di lei, che sembra cercare nel muro sostegno alla tristezza che le ha tolto vigore; dall’abito di lei, carino ma un poco mesto e apparentemente messo insieme alla rinfusa, al completino di lui, quasi una piccola uniforme scura, impreziosita da una sciarpetta rossa che dà un ulteriore tocco di vivacità alla figurina; dai suoi scarponcini solidi e ben allacciati, alle pianelle di lei apparentemente insufficienti a reggere il peso afflitto di quel corpicino; e, da ultimo, dalla magra borsetta a tracolla di lei al cestino del bambino, tondo e allegro come il suo viso.
Il quadro del 1888 è di Emilio Longoni e, avvicinandomi, leggo il titolo che mi diverte molto e rende il sorriso dipinto ancora più contagioso: Chiusi fuori da scuola.
Ecco cosa succede nella mia mente: i due fratellini (scoprirò solo approfondendo lo studio a casa che, in realtà, anche la piccola è una bambina, ma per me è un maschietto e non riesco a cambiare idea) partono, mano nella mano, alla volta della scuola elementare: la mamma, impegnata in un lavoro faticoso presso una famiglia altolocata, li ha baciati sulla soglia, augurando loro una buona giornata, raccomandando di essere attenti e buoni e affidando alla primogenita, che ha solo due o tre anni più del fratello, il tragitto da casa a scuola. Come sempre, sono un poco in ritardo e le distrazioni lungo la via sono molte: un piccione da far scappare, una pozzanghera in cui saltare, il negoziante dell’angolo, impegnato a spazzare la soglia della sua bottega, da salutare. In più di una occasione, la sorella grande strattona il piccolo, benché due parole con il droghiere le scambi volentieri anche lei e, senza accorgersi, si soffermi davanti alla vetrina del cappellaio, sospirando davanti all’ultimo modellino per ragazze. La scuola è laggiù in fondo, mancano due incroci: da lontano si vedono i bambini che saltano dentro, staccandosi dalle mani di genitori e governanti; si sentono i loro gridolini che ridestano la sorella grande al suo impegno di guida. Accelera, arrivano e, per un soffio, trovano l’ingresso maschile chiuso e, qualche metro più in là, anche quello femminile, questione di due minuti. Chiusi fuori da scuola! E non è la prima volta… tutto si spiega: ecco il diverso senso di responsabilità che dipinge linee e colori! Ecco la luce dello sguardo bello come un arcobaleno colorato del piccolo e la profonda pozza buia degli occhi della grande; ecco il sorriso di chi, avendo poca voglia di andare a scuola, prova una soddisfazione infinita e già immagina i giochi in cui impegnare la giornata libera e, di contro, l’arco ripiegato all’ingiù delle labbra di chi è ben consapevole che arrivare in ritardo non va bene, che non è bello perdere un giorno di scuola e, soprattutto, che a casa si prenderà una sonora punizione, una di quelle del mille ottocento, mica roba da nuovo millennio!
Quanta poesia e quanta verità in questo capolavoro che, da allora, non manco mai di visitare quando vado in Ambrosiana. Amo i quadri che danno voce ai bambini e, come sempre mi capita, volo con il cuore in Piccioletta barca. Anche lì stanno arrivando molti fratelli piccoli e, sorella piccola anche io, mi diverto a osservare le dinamiche e constatare che il pennello di Longoni ha sapientemente ritratto il vero universale. Il suo quadro, fissando un momento e un luogo, parla in ogni tempo e in ogni spazio, come solo la grande arte sa fare.
Fra i nostri piccoli soci, ci sono oggi sei coppie di fratelli: due così, come quelle del quadro, due al contrario, una tutta al maschile, una tutta al femminile. Le sorelle grandi, non c’è nulla da fare, soprattutto se dopo di loro c’è un maschietto, sono piccole mamme e vivono il loro ruolo con scrupolo unito a evidente fastidio: il fatto di essere raggiunte in un luogo e in attività che ritenevano di loro dominio non le entusiasma; lo sguardo del fratellino e della sorellina le indispettisce e guasta il loro desiderio di privacy. Sono più riservate dei fratelli, un poco più schive e, soprattutto in loro presenza, meno propense a mettersi in gioco. Ma guai a toccare il fratello piccolo! Guai se non si comporta nel migliore dei modi con noi adulti e guai anche a noi adulti se lo riprendiamo: non dicono nulla, ma nel loro sguardo si legge un rimprovero, poco riflesso forse, ma spontaneo. I fratelli piccoli sono più chiacchieroni e liberi, con semplicità raccontano storie di famiglia a noi fino ad allora sconosciute, svelando piccoli segreti delle sorelle. Recitano la parte degli autonomi, ma appena si presenta loro il più piccolo inconveniente o la più piccola difficoltà, ecco che il loro sguardo cerca il volto rassicurante della sorella grande che è lì, pronta a raccoglierlo. Nicolle e Adrian sono proprio come i bambini di Longoni: due anni li separano e il piccolo, socio già dalla quarta elementare, sulle orme della sorella, segue le sue stesse attività: cambia solo lo strumento musicale. Cantano nel coro, seguono l’accompagnamento, l’approfondimento, l’Accademia e tutte le attività proposte nei fine settimana.
Il quadro di Longoni mi riporta a un episodio molto carino: alla annuale festa degli Amici sostenitori della Pb, tutti i rappresentanti sono invitati a partecipare e intrattenersi con i generosi visitatori che, giustamente, proprio ai piccoli soci rivolgono la loro attenzione. Lo scorso maggio, Adrian era rappresentante delle elementari, Nicolle della seconda media.
Adrian, frequentando il Convivio, ha imparato a memoria, con i piccoli compagni, i versi di Il trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico e un giorno, in sede, scendendo con mosse plateali la scaletta del bagno, sorprendendo tutti, annuncia: «Dal Teatro alla Scala di Milano, ecco a voi Il trionfo di Bacco e Arianna» e declama i versi, in modo intelligente e spassoso, accompagnandoli con gesti espressivi.
Festeggiandolo estasiata, senza indugio gli chiedo se voglia riproporre la performance alla grande festa: aderisce entusiasta, poi nicchia, poi conferma… rimaniamo d’accordo che io non glielo chiederò più e, la sera stessa, se vorrà, me lo dirà lui.
Arrivano tutti eleganti, sorella e fratellino. Lei schiva timidamente i contatti, sorride e risponde alle domande, se interrogata; lui gira per il salone nervosamente, non è del solito umore, sorride poco; si guardano, si consultano, lei scuote la testa poi, improvvisamente, lui viene da me a dirmi che farà la sua parte. Sale sulla scaletta e gli occhi di Nicolle lo fissano atterriti. Il piccolo prende fiato, schiarisce la voce e parte con il suo annuncio e la sua poesia. Non riesce a guardare tutti gli ospiti: i suoi occhi sprofondano in quelli della sorella grande, non si spostano, e lei, appoggiata al muro che raccoglie, come quello del quadro, la sua paura, fissa tesa il fratello, partecipando con tutta se stessa all’evento. Nessuno lo percepisce, io sì e mi commuovo molto. Il trionfo di Bacco diventa, com’era facile prevedere, il trionfo di Adrian: gli occhi di Nicolle sorridono, il suo corpicino vibra di sollievo.
Il volto paffuto di Adrian è illuminato da uno dei sorrisi infantili più belli che abbia mai visto e dal vispo baluginio dei suoi occhioni, che tradiscono una soddisfazione infinita…